voyeurismoPubblicato su www.osservatoriopsicologia.com il 9 giugno 2011

Nella società dell’immagine, i nuovi idoli sono la TV e i media in generale, cioè tutto ciò che consente di apparire. Non importa per cosa e come, l’importante è quanto.
I media dovrebbero essere, come spiega l’etimologia stessa della parola, un mezzo, ma oggi come oggi sembra siano diventati il fine: “Appareo, ergo sum”.
Laddove vigessero ancora buon gusto e serietà, un giornalista dovrebbe informare, il più oggettivamente possibile, su fatti ed eventi, un professionista dovrebbe fornire considerazioni nel rispetto di decoro e deontologia e un utente dovrebbe desiderare conoscere ciò che capita nel mondo in cui vive. Ma in una mondo rivolto all’esteriorità più che all’interiorità, all’esibizione più che alla riflessione, tutto viene stravolto. Il pensiero da complesso si fa rigido e settorializzato, i sentimenti non sono percepiti, ma mostrati e resi oggetto di spettacolarizzazione.
Volendo sorvolare sull’asservimento di alcuni giornalisti alla morbosità di un pubblico che sempre più desidera sbirciare, ben oltre il bisogno di informazione, nelle vite altrui, che vengono messe in piazza come se si fosse in un continuo talk show, non possiamo però sottacere la collusione dei professionisti della psiche rispetto al desiderio di essere tutti dentro alla casa del “Grande Fratello”, dove con diagnosi o riflessioni azzardate e definitive, prive di quelle sfumature e complessità che il nostro lavoro – a contatto con persone, sistemi, organizzazioni, relazioni – sempre ci porge di fronte, partecipano al grande gioco delle nomination ed eliminazioni (di personaggi di vita vera e vissuta, però).

La psicologia apporta, nei campi in cui si applica, prima di tutto il valore aggiunto della riflessione, dell’interposizione di un pensiero fra lo stimolo e la risposta, del differimento della gratificazione, dello spazio di elaborazione che si frappone fra un impulso e l’agito. Ma quando è un professionista della psiche il primo ad evacuare, come possiamo pensare di aiutare questa società sempre più dedita all’idolo della velocità ad orientarsi verso il tempo della ponderazione e dell’analisi critica? Che immagine stiamo dando di noi e, purtroppo, dell’intera categoria, accogliendo lo spirito generale dell’immediatezza e della sua, conseguente, superficialità? Non stiamo forse dicendo che la vita, le persone, le dinamiche sono categorie chiare, definite, senza sfumature, dove alla causa A corrisponde sempre l’effetto B, dove basta imparare a memoria una serie di classi ed etichette per fare lo psicologo ed avere pronta ogni soluzione nello spazio di pochi secondi?
L’effetto finale è quello di un danno all’immagine della categoria ma, anche peggio, al cittadino stesso. Perché non è solo l’utente ad abusare nella ricerca di un’informazione esaltata, morbosa ed esasperata che, in quanto tale, è già di per sé una cattiva notizia, alterata, la quale nel suo essere così estrema non lascia spazio alla riflessione critica. E’ anche questa cattiva informazione ad abusare di lui, sconvolgendone i criteri di pensiero, instillando la tendenza a dicotomizzare e semplificare.

L’obiettivo del nostro Osservatorio Psicologia nei Media è da sempre quello di proporre relazioni scientificamente e culturalmente corrette nell’ambito della nostra scienza, intervenendo anche a correggere laddove i dati diffusi non siano esatti. Per questo sentivamo di non poter evitare di intervenire sul clamore mediatico creatosi intorno al caso di Avetrana e, in particolar modo, sugli interventi scorretti di diversi colleghi. Non ci interessa focalizzarci sull’uno piuttosto che sull’altro, quanto sulla tendenza generale. Anche per questo la tragedia di Avetrana (e “tragedia” non per l’impianto scenografico che gli si è voluto dare, quanto per i sentimenti delle persone coinvolte) rappresenta per noi solo uno spunto per riflettere insieme sulla triste tendenza attuale che, ahinoi, investe non solo il pubblico, ma anche i professionisti che dovrebbero aiutare a capire più che a confondere.

Abbiamo quindi sentito come nostro dovere quello di diffondere il seguente comunicato, ripreso in diverse agenzie di stampa e pubblicazioni:

L’Osservatorio Psicologia nei Media, un’associazione composta da esperti su tutto il territorio nazionale al fine di migliorare gli standard qualitativi dell’informazione psicologica nei mass-media italiani, ha ricevuto negli ultimi giorni numerose segnalazioni sulla vicenda di Avetrana circa interviste di questo o quell’esperto, spesso spocchiose quando diffondono presunte verità cliniche che tali non sono, se vengono fondate solamente su un materiale del tutto giornalistico. Accanto a professionisti seri che, di fronte a certi eventi, vengono interpellati per fornire pareri scientifici e i quali il più delle volte, pur svolgendo il loro lavoro seriamente, rimangono in ombra, c’è un continuo fiorire di altri personaggi (quasi tutti frequentatori del piccolo schermo) che cadono nel solito gioco mediatico dove vige la regola: siamo in ballo e dunque balliamo, e visto che mi avete invitato/intervistato e devo dire qualcosa d’intelligente sparo le prime cose verosimili che mi vengono in testa. Mai nessuno che dica: “non mi azzardo a esprimere nemmeno uno straccio di considerazione su una vicenda di cui non ho alcuna conoscenza diretta (che tra l’altro non si potrebbe rivelare pur sapendola), o comunque alcuna informazione fondata”.

“Ed ecco allora dove una riflessione può essere svolta con efficacia  – afferma il  Presidente dell’Osservatorio Psicologia nei Media Dr. Luigi D’Elia. Qui siamo di fronte, tutti –  protagonisti, pubblico, giornalisti, inquirenti, esperti – ad un accumulo di irrealtà e di simulazione dove è diventato impossibile osservare e comprendere fenomeni propriamente umani. Ci troviamo di fronte cioè ad una fenomenologia particolare per la quale la finzione intrinseca al media TV, per come la vicenda s’è sviluppata, ha di fatto inglobato in sé tutto ciò che dell’uomo esisteva al di fuori dei media colonizzando con le proprie regole irreali ciò che di realistico sopravviveva in precedenza. Provare a cercare la “realtà” in questo caso è operazione viziata in partenza. Dovremmo più propriamente quindi parlare di una nuova forma di umanità del tutto fusa e confusa col mezzo mediatico, ma ad essere ancora più precisi, da esso regolamentata”.

“È ancora più inquietante – afferma per l’Osservatorio Psicologia nei Media il Dr Davide Lacangellera, psicologo e giornalista – constatare giorno dopo giorno come la tragica vicenda di Avetrana diventi contesto in cui ognuno si sente legittimato a fare considerazioni specifiche, si pensi a quelle cliniche che necessiterebbero di ben altri approfondimenti prima di essere “confezionate”. Si crea quindi una situazione in cui qualsiasi professionista si sente autorizzato a sollevare questioni e fare domande che spesso oltrepassano il proprio ambito e, in fondo, tengono poco conto dell’aspetto emotivo di profondo dolore che vivono gli interessati alla vicenda” .

“Ciò che impressiona – sottolinea la Dr.ssa Chiara Santi, coordinatrice interna dell’Osservatorio  – è il clamore mediatico sulla vicenda, il quale  va ben al di là della necessità di informazione e viene originato piuttosto da una certa morbosità, da una parte, unita al bisogno di apparire a tutti i costi, dall’altra. Necessità che, francamente, ci piacerebbe non investisse anche professionisti della psiche umana, i quali questi fenomeni dovrebbero studiarli, più che soggiacervi. Su tale aspetto dovrebbero centrarsi, al limite, i pareri di colleghi afferenti all’area psy, piuttosto che azzardare ipotesi e diagnosi basate su informazioni riferite dai media. Conclusioni non fondate su dati oggettivi che, fra l’altro, sarebbero anche vietate dal nostro stesso codice deontologico”.

La società del Grande Fratello