Power struggle2007: su un forum del sito de “Il Sole 24 ore” (http://forum.ilsole24ore.com/read.php?58,215014), alla domanda suscitata da un articolo pubblicato sullo stesso giornale, in cui si sostiene che la presenza delle donne nell’economia e nella politica sia, oltre ad una fondamentale questione di parità di diritti, anche un buon investimento, si trova, fra gli altri, il seguente commento:

A mio avviso, il dibattito sul lavoro femminile è un esempio da manuale di come un tema reale è reso decettivo da tesi spurie. La prima domanda è : se il ad aumentare fossero 100.000 lavoratori maschi il PIL non ne guadagnerebbe alla stesso modo? Lasciamo stare questioni collegate alle degenerazioni etiche che, come i fatti dimostrano, crescono in parallelo all’aumento della visibilità femminile nella società, al ruolo politico e giudiziario delle donne. Proprio i paesi nordici in cui la presenza femminile nelle istituzioni è preponderante, vi è stata la dissoluzione della famiglia, crescita esponenziale di omosessualità, pornografia, droga. In quei paesi, la maggiore occupazione delle donne, è dovuta a fattori demografici e climatici. In Italia le statistiche ci dicono che l’assenteismo femminile è di molto superiore a quello maschile. I settori dove è maggiore la presenza femminile coincidono che quelli a più bassa produttività. Settori in cui le donne hanno superato la soglia del 40% , come la giustizia, si è visto crescere il lassismo, con conseguenze deteriori sulla sicurezza dei cittadini. Perché le donne possano davvero contribuire alla crescita civile ed economica dell’Italia, è necessario, invece di pretendere sempre nuovi privilegi, maturino una maggiore consapevolezza culturale, si deve chiarire un equivoco di fondo. Posto che non esistono leggi che limitano la presenza e l’attività delle donne in ogni settore della vita politica, economica, sociale, non si può, da un lato, sostenere la parità, quando addirittura la “superiorità” femminile in molti campi, e pretendere agevolazioni e privilegi, come le quota rosa, imporre forzature nelle scelte. E’ impraticabile il percorso dei paesi nordici, per ragione storico e sociali, e neppure consigliabile visto che, tra l’altro, in quei paesi si conta il maggior tasso d’infelicità e di suicidi. Non si compiono “rivoluzioni” per imitazioni, ma attraverso la maturazione dei soggetti, in questo caso le donne, che si propongono come fattore di innovazione sviluppo socio-politico. Troppo facile accusare di maschilismo reazionario chi indica i veri problemi che sono sotto gli occhi di chiunque li voglia vedere senza pregiudizi in un senso o nell’altro.

Le nostre madri e le nostre nonne hanno dovuto combattere contro forme chiare, evidenti di sopraffazione maschile e di svalutazione della propria immagine ed identità femminile. Sono state battaglie dure e il fatto che fino a poco più di 60 anni fa ancora noi non potessimo votare, chiarisce meglio di ogni altro ragionamento quanta strada sia stata fatta da allora.

Oggi come oggi, nella società occidentale e “sviluppata”, nessuna donna si deve più porre il problema del diritto a recarsi alle urne o di poter fare domanda per un impiego.
Ma quello contro cui ci si scontra ora è un maschilismo dalle forme, frequentemente, più sottili.
Prendiamo ad esempio il commento di apertura dell’articolo; pur non essendo certo il miglior esempio di maschilismo raffinato, poiché l’attacco alle donne non è così impalpabile e nascosto, è tuttavia un caso che può rientrare, seppur nel limite inferiore di un’ipotetica curva gaussiana sul fenomeno, nel modello del maschilismo odierno, quello che io amo definire “del doppio legame”. Nello scritto di cui sopra, infatti, si mettono insieme una serie di giudizi estremamente negativi che attribuirebbero alle donne la causa di degenerazioni etiche, assenteismo diffuso, lassismo, infelicità e suicidi, basandosi su una serie di pregiudizi, fatti passare, però, per dati obiettivi, statistiche affidabili e volutamente creando un nesso di causalità fra dati che potrebbero essere spiegati in ben altri modi. Insieme ad un attacco fintamente travestito da tesi scientifica, vengono poi aggiunte valutazioni apparentemente a favore delle donne, mostrando l’importanza della consapevolezza e della maturazione (“Perché le donne possano davvero contribuire alla crescita civile ed economica dell’Italia, è necessario, invece di pretendere sempre nuovi privilegi, maturino una maggiore consapevolezza culturale”, “Non si compiono “rivoluzioni” per imitazioni, ma attraverso la maturazione dei soggetti”), nonché l’assoluta obiettività degli assunti sostenuti (“i veri problemi che sono sotto gli occhi di chiunque li voglia vedere senza pregiudizi in un senso o nell’altro”).

Il gioco, insomma, sembra quello di elencare tutta una serie di gravi difetti e deficienze dell’essere femminile, inviando contemporaneamente il messaggio che tutto ciò non nasce da preclusioni mentali, poiché partorito da una mente obiettiva e, anzi, a favore di un’azione di maturazione e consapevolezza che rafforzi il genere femminile.
Questo, anche se in maniera ancora abbastanza grossolana, può dare un’idea di cosa io intenda con la mia definizione, prendendo a prestito dalla psicologia un termine che identifica un preciso processo di comunicazione patogenetico e che, estrapolato dall’ambito familiare e proiettato in quello sociale, si tende a ritrovare ancora troppo spesso.
Sappiamo come, nelle comunicazioni distorte da questo tipo di funzionamento, si veicolino contemporaneamente due messaggi, in netto contrasto fra di loro, uno esplicito ed uno implicito, dove il significato negativo è quello che passa a quest’ultimo livello ed è, perciò, quello che ci lascia impotenti alla replica.
Nelle forme moderne del maschilismo, spesso il concetto di superiorità maschile viene veicolato proprio attraverso questa forma relazionale alterata, che sembra incastrare in un meccanismo perverso chi lo subisce. Ciò può avvenire nel ristretto mondo famigliare così come nel più allargato orizzonte sociale e, come sovente accade, i due ambiti possono intrecciarsi e rafforzarsi vicendevolmente.

Prendiamo, ad esempio, il microcosmo casalingo per valutare i meccanismi che possono esservi scatenati e le differenti implicazioni fra uno stile comunicativo chiaro ed aperto – per quanto ostile – ed uno sottile e ambiguo.
Di fronte ad un padre che svaluta manifestamente e ripetutamente la figlia, infatti, questa avrà sempre la possibilità di scelta fra soccombere agli attacchi o ribellarsi ad essi; per quanto la continua denigrazione delle capacità della bambina porti facilmente ad un senso d’inferiorità e a probabili gravi contraccolpi sulla stima e personalità della stessa, la critica palese dà almeno una possibilità di replica, nonché di riflessione sulla realtà dei commenti e sulla possibilità di smentirli.
Ma quando i colpi sono sferzati con armi invisibili, chi aggredisce si assicura un potere maggiore, ovverosia quello di privare del diritto di reazione. Ad esempio, il padre che esalta le qualità della figlia, che la adula e accoglie esplicitamente, mentre manda implicitamente messaggi svalutativi, la blocca in una situazione paradossale per cui lei avverte, in maniera profonda, un senso di scarso valore di sé, senza poterlo poi attribuire all’esterno, tanto meno all’atteggiamento paterno così apparentemente affettuoso.
Attaccare il genitore, in tal caso, equivarrebbe, a livello consapevole, a scagliarsi proprio contro il suo sostenitore, cosa inaccettabile a livello conscio.
La situazione si complica, poi, quando i messaggi impliciti di questo tipo rivolti ad una figlia non siano tanto relativi ad aspetti personali, quanto più generalmente (e, spesso, stereotipicamente) attribuibili al suo essere donna, al cuore stesso della sua identità di genere.
Se nei confronti dei primi c’è, quindi, almeno una possibilità di riscatto, grazie al conseguimento di obiettivi e successi impensabili sulla base dei giudizi svalutativi impliciti, rispetto ai secondi la femmina bambina è in scacco: il suo essere femminile è totale, ineluttabile, investe tutta la sua personalità. Può, quindi, dimostrare di non essere stupida, timorosa e pavida o dipendente, ma non potrà mai dimostrare di non essere donna, salvo dissociarsi completamente dalla sua stessa identità fondante.
Se la femminilità è in qualche modo associata col risultare, in una misura o nell’altra, inferiore, allora ogni raggiungimento e ciascun successo ottenuto perde in sé il valore che avrebbe se lo stesso fosse stato raggiunto da un uomo. Perché non è più la singola capacità ad essere messa alla prova per potere smentire i pregiudizi negativi nascostamente profusi, bensì è la stessa essenza femminile (che non può essere negata o celata, appunto) ad informare di sé ogni atto, portandolo inevitabilmente – agli occhi della bimba ora cresciuta – ad uno scadimento, ad un minor valore.
E questo è lo scacco in cui si ritrova la donna svalutata, a suo tempo e nella propria storia familiare, da un padre ancorato ad un concetto di superiorità maschile. Tanto più minaccioso, appunto, quanto più velato e aggravabile ulteriormente, inoltre, se questa concezione maschilista veniva attivamente o passivamente sostenuta dalla madre, poiché i modelli di femminilità in cui identificarsi servivano solo a confermare la “realtà” del giudizio paterno.

Ma come è legato il meccanismo del doppio legame nella personale storia familiare a quello nella società e cosa si intende per quest’ultimo?
Il rapporto è duplice.
Innanzi tutto, per la donna che ha vissuto, da piccola, questo nascosto “indottrinamento”, si configura una fragilità di base che la pone a maggiore rischio di subire trattamenti impari, rispetto ai coetanei maschi, senza ribellarsi, spesso anche giustificandoli, proprio perché ritiene, implicitamente, che l’uomo sia dotato di una qualche superiorità che possa spiegare il perché di salari più alti, minori compiti da adempiere al di fuori del lavoro, ridotta disponibilità verso i figli o quant’altro, a seconda dei casi e delle situazioni.
E questo, spesso, può capitare anche in quelle donne che, a parole e attraverso il pensiero logico, sostengono l’assoluta uguaglianza dei diritti fra sessi – pur nel rispetto delle dovute differenze fisiche e psicologiche -, ma che, in un gioco inconscio e apparentemente incomprensibile a loro stesse, finiscono per comportarsi in maniera tale da appoggiare il pensiero opposto, cioè che una certa supremazia debba essere riconosciuta all’uomo, anche se, ad esplicita domanda, non saprebbero come sostenere tale pensiero razionalmente. Sono, ad esempio, le donne che votano gli uomini, anche quando siano presenti donne con eguali requisiti e capacità; o quelle che si sfiniscono fra innumerevoli impegni, correndo tutto il giorno, ma non si azzarderebbero a domandare aiuto più di tanto al loro uomo, perché “lui fa un lavoro pesante ed è stanco”, anche se ciò può voler dire fermarsi per riprendere fiato due o tre ore dopo al proprio partner. E gli esempi potrebbero continuare all’infinito.
In qualche modo, quindi, sono donne che, consciamente o inconsciamente, sostengono e continuano ad oliare il meccanismo sociale che favorisce gli uomini.

In secondo luogo, il doppio legame è presente, sovente, anche nella società e imposta le basi del moderno maschilismo. La donna, ai nostri giorni, si trova ancora a combattere contro conclamati comportamenti di sopruso dell’uomo, ma sono casi sempre più rari. Le forme, invece, più sottili e nascoste, sono largamente più diffuse e sono sempre basate sulla logica del messaggio reale e profondo in contrasto con quello apparente e magnanimo.
Oggi come oggi, la donna che, nelle numerose vicende della vita quotidiana, si trovi ad avvertire disuguaglianza, ottiene frequentemente, allo stesso modo, una risposta alle sue rivendicazioni del genere: “Ma come? C’è totale uguaglianza! Le donne lavorano, gli uomini le aiutano di più con la casa e si occupano anche dei figli. Insomma, sei completamente fuori tempo, l’epoca del maschilismo non esiste più”. Contro cosa combatte la donna di fronte a questo apparente paradiso? Non è forse vero che può lavorare? Non è forse vero che la legge prevede permessi e astensioni dal lavoro anche per i padri che vogliano accudire i figli?
Anche in questo caso, come in quello precedente relativo agli antichi legami familiari, il messaggio svalutativo e di disuguaglianza è implicito. Le donne lavorano come gli uomini, ma perlopiù passa sotto silenzio che per le stesse identiche mansioni guadagnano il 20-25% in meno, di media.
La legge prevede diritti di assenza giustificata e retribuita dal lavoro anche per i padri, ma si tace sulla percentuale minima di uomini che la utilizzano (e non sempre e solo per maschilismo del partner, ma anche per una serie di valutazioni – che qui non approfondisco – che possono sempre ricondursi a un maschilismo insito nella società. A volte, ad esempio, sono le considerazioni economiche ad avere la meglio, facendo rinunciare la donna al lavoro, proprio perché meno pagato di quello del marito).
Le donne possono fare politica o arrivare ai vertici delle aziende, ma chissà per quale strano meccanismo la loro presenza percentuale in tali attività è minima, comparata a quanto vorrebbero le leggi delle probabilità statistiche.

Di esempi, nella società così come nell’intimo legame a due, ve ne sono finché se ne vuole, ma quanto mi preme qui sottolineare non è un semplice elenco di disuguaglianze più o meno marcate, quanto il meccanismo sottile che vi sta dietro.
Oggi come oggi, quasi nessuno più si sognerebbe di affermare, seriamente, che una donna è inferiore per motivi biologici o psicologici, eppure la dominanza maschile è ancora ben presente, ma impalpabile e nascosta nelle pieghe di un’apparente uguaglianza e, per questo, più difficile da eliminare.
A livello manifesto, vi sono pari opportunità; a livello nascosto, in diverse realtà vi è uno stillicidio continuo di piccole e velate svalutazioni, spesso sostenute e giustificate dalle stesse donne, intrappolate nel meccanismo inconscio di giustificare con il loro stesso comportamento differenze che ad un esame razionale ed obiettivo non potrebbero essere sostenute.
Il doppio legame, già da alcune sperimentato nell’infanzia, viene ritrovato dunque, in forme nuove, anche al macrolivello sociale, nella cultura che mostra uguali opportunità per i due sessi, ma nasconde i dati concreti che documentano una minore attenzione per i diritti femminili.
Il gioco si chiude e rigira su se stesso nel momento in cui, di fronte a tali informazioni, vengono elargite ragioni che vorrebbero spiegare, ma in realtà nascondono (accentuando l’effetto del doppio legame, appunto). Ad esempio, quando a chiarimento della minor presenza femminile in politica o ai vertici delle aziende, si porta avanti la tesi dell’insufficiente interesse o della minore predisposizione delle donne in questi settori. Si potrebbe ben controbattere, senza entrare negli innumerevoli motivi reali di questa insufficiente rappresentanza, che la stessa obiezione si sarebbe potuta sostenere fino ad un secolo fa – ed anche molto meno – di fronte al panorama letterario nettamente dominato dalla creatività maschile. Ma non è forse vero che, non appena diminuita la morsa della disparità fra sessi, il numero di donne scrittrici è aumentato a dismisura? Forse che il ventesimo secolo ha geneticamente modificato le aree cerebrali linguistico-creative delle donne?

Il meccanismo del maschilismo in generale – e non solo di questo aspetto specifico – è ovviamente complesso e profondamente radicato da secoli e millenni di storia passata; in un certo senso, credo che sia entrato a far parte dell’inconscio collettivo e, di conseguenza, la lotta contro le disuguaglianze diventa difficile proprio perché impone una revisione non solo del visibile, quanto in buona parte anche dell’invisibile e di ciò che ci condiziona – uomini e donne – molto profondamente. Verrebbe quindi da dire che, come passo fondamentale nel superamento di questo stato di cose, sia necessario far penetrare l’Io là dove c’era l’Es, come vorrebbe Freud,  e quindi, attenendoci alle forme comunicative testé descritte, far spazio all’esplicito, laddove vi era l’implicito.
Il percorso è lungo e faticoso, proprio perché si vanno a toccare automatismi radicati e, spesso, sconosciuti a noi stessi. E la strada può e deve essere percorsa insieme agli uomini, a quelli fra loro che colgono i paradossi impliciti in quest’ambiguità e che, consapevoli che una maggiore parità porta inevitabilmente ad una società più ricca, sostengono e attivano sforzi in tale direzione.

Le nuove forme del maschilismo: l’uso del doppio legame nel mantenimento della dominanza dell’uomo