RobotPubblicato su www.osservatoriopsicologia.com il 25 agosto 2010

Una recente ricerca Doxa su un campione di mille italiani dai 15 anni in su ci dice che i nostri connazionali, in circa il 60% dei casi, vogliono essere connessi a Internet anche in ferie, non riuscendo più a concepire una vacanza basata semplicemente sullo “staccare la spina” (concetto ritenuto oramai superato) né a far a meno di strumenti come computer portatile, cellulare, videocamera digitale e navigatore satellitare.

Questo esponenziale aumento, negli anni, dell’utilizzo della tecnologia anche nel proprio tempo libero potrebbe fare pensare ad un incremento della capacità delle persone di rimanere in contatto, andando ad incidere positivamente sulle occasioni di interazioni sociali di questi uomini ipertecnologicizzati, con una buona ricaduta anche sulla salute psicologica, essendo la nostra rete sociale fondamentale per essa.

Tuttavia, se un primo lato della medaglia può essere questo, basta ruotarla di 180 gradi per ritrovarci alcuni lati meno piacevoli. Si può certo comprendere l’utilizzo del cellulare come modalità per mantenere dei contatti con le persone più intime, ma si rimane un po’ più stupiti dalla necessità di non perdere neanche un giorno lontani da Internet, email e social network. Ad uno sguardo più attento, infatti, non può sfuggire il tratto quasi ossessivo che questo bisogno di essere sempre connessi porta con sé, nonché come questo utilizzo smodato della tecnologia dia solo un’impressione apparente di rafforzare i legami sociali, quando il rischio reale è che li indebolisca ulteriormente, facendo di noi delle specie di monadi che entrano in relazione sempre e comunque in maniera mediata e, spesse volte, anche alterata dal mezzo che si frappone fra noi.

In effetti, alcuni studi ci dicono che il senso di solitudine è andato aumentando nel tempo e i legami sociali si stanno, in realtà, indebolendo nell’era della tecnologia. Un’indagine in proposito del 2002 dei professori Norman Nie e Lutz Erbring su un campione di 4113 americani (vedi: http://www.stanford.edu/group/siqss/itandsociety/v01i01/v01i01a18.pdf, in IT&SOCIETY, Vol. 1, Issue 1, Summer 2002), ci dimostrava che quanto più le persone spendevano il loro tempo nell’utilizzo di internet, quanto più perdevano contatti con il loro ambiente sociale, effetto evidente già dopo un utilizzo di 2-5 ore a settimana. In pratica, quanto più si usa internet, quanto meno si sta con gli esseri umani in carne ed ossa.

È anche vero che la ricerca al momento sembra ancora lontana dall’avere risposte definitive, tanto che altri studi sembrano dire il contrario, arrivando persino a contraddire se stessi, come nel caso dell’indagine dello psicologo americano Robert Kraut del 1998, pubblicato sulla rivista American Psychologist, in cui si sosteneva che l’uso di Internet avesse prodotto una significativa riduzione nei legami sociali e un contemporaneo aumento del livello di depressione, salvo poi smentire i suoi stessi risultati nel 2006 attraverso una meta analisi (Shklovski, I., Kiesler, S., & Kraut, R. (2006). The Internet and social interaction: A meta-analysis and critique of studies, 1995-2003. In R. Kraut, M. Brynin & S. Kiesler (Eds.), Computers, phones, and the Internet: Domesticating information technology (pp. 251-264). New York: Oxford University Press), da cui risulterebbe infatti che il suo utilizzo porti ad un leggero miglioramento delle relazioni sociali.

Se possiamo lasciare al mondo della ricerca la soluzione del problema sull’aumento o sulla riduzione delle rapporti non solo in quei soggetti che sviluppano una chiara problematica in merito (si legga l’articolo Non voglio più vivere alla luce del sole) ma anche nelle persone più in equilibrio sotto questo profilo, ci interessa nondimeno fare un’ulteriore riflessione sulla qualità delle relazioni stesse e su come queste possano venire modificate dal mezzo utilizzato.
Se la tecnologia, certamente, a volte crea prodotti il cui dichiarato scopo è l’isolamento dalla realtà esterna come mezzo in sé di relax (lettori MP3, consolle e videogiochi portatili), tuttavia diversi altri sembrano avere, apparentemente, il fine opposto, cioè proprio quello di mantenere il contatto. La facilità ed immediatezza con cui possiamo collegarci ad una persona, anche all’altro capo del mondo, tramite sms, mail, social network, chat, ecc., ci permettono di avere una rete sociale ampia e sempre attiva, ma il problema diventa – oltre al chiedersi se questi contatti virtuali non ci allontanino sempre più da quelli reali – quanto tali rapporti possano essere alterati nella loro essenza.
L’ Altro tecnologico, in effetti, si inserisce quale terza parte mediatrice nel rapporto, portandoci in un certo qual modo non solo a distanziarci fisicamente (dandoci l’illusione di essere vicini), ma anche emotivamente. La comunicazione che passa attraverso internet, infatti, è sempre e comunque informazione distorta, poiché – con buona pace di smile e faccette varie – annulla tutti gli elementi paraverbali e non verbali che rappresentano la maggior parte della comunicazione. Però, la privazione di questi aspetti fondamentali non diminuisce affatto – come ci si aspetterebbe a rigor di logica – l’enfasi emotiva del dialogo, ma anzi la esalta, poiché la necessità (mi verrebbe da dire biologica) dell’essere umano di completare con tali aspetti la comunicazione, per porla in un contesto che dia il senso al messaggio e permetta di comprenderlo, lo porta a riempire tali lacune, nei punti in cui esse risultino più evidenti, con proiezioni dei propri stati d’animo, fantasie, sensazioni e paure.

In fondo, potremmo vedere questi strumenti come dei test semiproiettivi dove gli spazi vuoti vengono riempiti dall’osservatore. A differenza di questi ultimi, però, in cui l’osservatore è consapevole di riempire delle parti con la propria fantasia – anche se non è consapevole del materiale che vi proietta – la struttura stessa di mail, chat, social network, ecc. lo illude di avere una visione oggettiva della situazione.

Quindi, le persone non solo possono potenzialmente risultare sempre più isolate, con l’illusione di essere sempre più in contatto, ma anche arricchirsi di rapporti dove l’elemento proiettivo rischia di prendere il sopravvento quando non integrato a dovere con una conoscenza personale e contatti nel mondo reale, in cui le interazioni sono sì sempre mediate da proiezioni reciproche, ma dove queste ultime possono essere, se non annullate, rimodificate e riassestate continuamente sulla base dei feedback non verbali che si accompagnano al dialogo.

Lo stesso verbale, inoltre, in un rapporto diretto, permette retroazioni più immediate e ravvicinate che concedono la possibilità di aggiustare il tiro su ogni singolo elemento della comunicazione, cosa alquanto più complicata, lunga o non possibile in un rapporto via mail, chat o sms.

Naturalmente, come non è la pistola ad uccidere, ma l’uomo che spara, così non è la tecnologia la causa della sempre crescente solitudine delle persone, quanto l’uso non sempre consapevole ed accorto che alcuni ne possono fare. Si entra, quindi, in un continuum che va dall’utilizzo necessario ed utile per lavoro e per mantenere qualche breve contatto e scambiarsi veloci informazioni con i nostri amici nello spazio fra un incontro dal vivo e l’altro, all’estremo opposto di persone rinchiuse in una stanza che vivono una dipendenza vera e propria da quei mezzi che, paradossalmente, li mettono in contatto con il mondo, isolandoli sempre più.
Lungo questo continuum si pongono i soggetti sulla base della loro capacità di gestire in modo più o meno equilibrato fantasie, paure, bisogni, difese.

Quello che resta a noi psicologi è capire perché una persona possa arrivare al punto di preferire il contatto con una macchina a quello con persone reali, perché una stanza possa trasformarsi in una sorta di gabbia dorata e perché a volte ci si senta più sicuri e protetti al riparo di avatar e personalità costruite ad arte, corrispondenti non al nostro Io reale quanto più al nostro Io ideale che sentiamo di non riuscire a raggiungere, piuttosto che dentro la propria pelle.
In un mondo che sembra dirigersi sempre più verso una manipolazione della realtà in tutti i suoi aspetti (per fare solo alcuni degli infiniti esempi, si pensi alla chirurgia estetica e ai trattamenti anti-age, che si oppongono ai limiti biologici, le foto di modelle ritoccate con software appositi che eliminino ogni piccolo segno di imperfezione, i cibi alterati e geneticamente modificati, la realtà virtuale, ecc.), quello che ci rimane è riportare il senso del reale nella persona; ci rimane da riavvicinare l’essere umano al contatto con la frustrazione della sua imperfezione, che è anche la sua più importante fonte di ricchezza, riducendo quella lotta fra “ciò che sono” e “ciò che vorrei essere” che produce il senso di vergogna e le relative difese; ci rimane, insomma, di combattere contro un ideale di perfezione potentemente enfatizzato dalla società, in quanto assolutamente funzionale agli interessi economici sui cui sempre più la stessa si basa.

Ci rimane, in pratica, da riscoprire l’Uomo, dietro alle tante maschere che ne alterano profondamente i suoi tratti reali.

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